Bruce Springsteen - 18/10/02 - Bologna

Una data già diventata evento da mesi, appuntamento irrinunciabile per i veri trend-setter, che vanno ai concerti come ai tornei di golf e alle cene di beneficenza, questa era l'atmosfera calda sì ma un po' plastificata, che si respirava tra i tredicimila, che DOVEVANO DIVERTIRSI PER FORZA, come a tutti gli eventi che si rispettino. Alle 21.45 le luci si spengono, incominciano ad entrare, in ordine di importanza, i membri della E-street Band, ultimi Little "Blood brother" Steven e Clarence Clemons. Poi, accolto da un tifo da stadio, Bruce, The Boss, il cantore degli oppressi, il nostalgico dell'America della Grande Depressione, che si lancia in una coinvolgente "The Rising", voglia di risollevarsi dal fumo e dalle macerie delle Twin Towers, attaccata a "Lonesome day", altro baluardo del September/11. Il suono, nonostante la pessima acustica, è potente e coinvolgente, suonato professionalmente, ma senza grande coinvolgimento da parte della band, che si limita alle parti provate mille volte (e chi ha letto qualche biografia di Springsteen sa a cosa mi riferisco). Molte chicche, giustamente riarrangiate per il live, come la toccante "Empty sky", tutta giocata sulla accordatura "open" dell'acustica di Bruce e i cori della mogliettina Patty Scialfa. I brani nuovi vengono suonati tutti e cantati dal pubblico che li conosce a menadito, e questo è un bene, per non trasformare lo show solo in qualcosa di nostalgico. La folla danza con "Waitin' for a sunny day" e "Dancing in the dark", quasi a liberarsi dal dramma e dal senso di blues legati ai brani che magnificano le gesta dei Pompieri di New York e delle persone scomparse ("You're missing"). Altro momento corale, in pieno arrangiamento R&B di Spectoriana memoria (uno dei capisaldi da sempre della musica di Bruce) è "Mary's Place", voglioso di party casalinghi e di un rinnovato amore per la famiglia. Si chiude con grandi capisaldi del r/n/r, fortemente cinematografici: "Born to run" e "Thunder road", quando le strade erano veramente difficili e Bruce vedeva come in un film, dallo squallido Jersey, in lontananza attraverso l'Hudson river, lo skyline di New York, la sua "Promised land". Questa musica fa bene al cuore di tutti, anche se il Boss, volutamente da tanti anni, ha perso quella carica dirompente che aveva a S.Siro nell'85, per scivolare nei panni di un caldo, confortevole folksinger di grande spessore, più Dylan che Jerry Lee Lewis. Ha chiuso i conti con la sua icona di rockstar dopo il premiatissimo "Born in the usa". Per la cronaca, palco molto semplice, con luci d'altri tempi, e la camicia di Bruce, madida di sudore dopo tre pezzi, che schizzava sul faccione di "The Soprano" Steve Van Zandt.